sabato 22 febbraio 2025

Votiamo SI per cambiare l'Italia

 

 1.  Stop ai licenziamenti illegittimi

Nelle imprese con più di 15 dipendenti, le lavoratrici e i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015 in poi non possono rientrare nel loro posto di lavoro dopo un licenziamento illegittimo. Sono oltre 3 milioni e 500mila ad oggi e aumenteranno nei prossimi anni le lavoratrici e i lavoratori penalizzati da una legge che impedisce il reintegro anche nel caso in cui la/il giudice dichiari ingiusta e infondata l’interruzione del rapporto. Abroghiamo questa norma, diamo uno stop ai licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo.

 2.  Più tutele per le lavoratrici e i lavoratori delle piccole imprese

Nelle imprese con meno di 16 dipendenti, in caso di licenziamento illegittimo oggi una lavoratrice o un lavoratore può al massimo ottenere 6 mensilità di risarcimento, anche qualora una/un giudice reputi infondata  l’interruzione del rapporto. Questa è una condizione che tiene le/i dipendenti delle piccole imprese (circa 3 milioni e 700mila) in uno stato di forte soggezione rispetto alla/al titolare. Abroghiamo questo limite, aumentiamo l’indennizzo sulla base della capacità economica dell’azienda, dei carichi familiari e dell’età della lavoratrice e del lavoratore.

 3.  Riduzione del lavoro precario

In Italia circa 2 milioni e 300 mila persone hanno contratti di lavoro a tempo determinato. I rapporti a termine possono oggi essere instaurati fino a 12 mesi senza alcuna ragione oggettiva che giustifichi il lavoro temporaneo. Rendiamo il lavoro più stabile. Ripristiniamo l’obbligo di causali per il ricorso ai contratti a tempo determinato.

 4.  Più sicurezza sul lavoro

Arrivano fino a 500mila, in Italia, le denunce annuali di infortunio sul lavoro. Quasi 1000 i morti. Modifichiamo le norme attuali, che impediscono in caso di infortunio negli appalti di estendere la responsabilità all’impresa appaltante. Cambiamo le leggi che favoriscono il ricorso ad appaltatori privi di solidità finanziaria, spesso non in regola con le norme antinfortunistiche. Abrogare le norme in essere ed estendere la responsabilità dell’imprenditore committente significa garantire maggiore sicurezza sul lavoro.

 5.  Più integrazione con la cittadinanza italiana

Riduciamo da 10 a 5 gli anni di residenza legale in Italia richiesti per poter fare domanda di cittadinanza italiana, che una volta ottenuta sarebbe trasmessa ai figli e alle figlie minorenni. Questa modifica costituisce una conquista decisiva per circa 2 milioni e 500mila cittadine e cittadini di origine straniera che nel nostro Paese nascono, crescono, abitano, studiano e lavorano. Allineiamo l’Italia ai maggiori Paesi Europei, che hanno già compreso come promuovere diritti, tutele e opportunità garantisca ricchezza e crescita per l’intero Paese.

giovedì 11 gennaio 2024

PAOLO FERRERO: GAZA, SMETTIAMOLA DI FARE ‘LA SCORTA’ AL GENOCIDIO DEI PALESTINESI

 Quello che sta succedendo a Gaza in questi ultimi tre mesi è indicibile. Sotto gli occhi di tutti e tutte sono state assassinate oltre 20.000 persone di cui oltre 10.000 bambini. Gli ospedali non funzionano più ed ogni giorno tra i bambini sopravvissuti ve ne sono dieci che subiscono un’amputazione. Le scene di violenze gratuite dell’esercito israeliano sulla popolazione civile palestinese non si contano più. Ministri israeliani hanno parlato esplicitamente dei palestinesi come di bestie e le strategie militari poste in essere sono fondate sulla violenza da infliggere alla popolazione civile. Parte integrante di questa strategia militare è basata sulla distruzione delle case di abitazione e delle infrastrutture civili in modo da rendere impossibile la vita agli abitanti di Gaza e di porre le condizioni per una deportazione di massa della popolazione palestinese. Siamo, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, al genocidio deliberato e pianificato finalizzato alla pulizia etnica e alla deportazione della popolazione palestinese.

Mentre scrivo inorridisco, perché i crimini posti in essere con tragica e regolare pianificazione, sono puro orrore che accade alla luce del sole. Inorridisco e penso che molti di voi lettori smetteranno di leggere oppure non avranno nemmeno cominciato l’articolo perché infastiditi da questo orrore: quante persone non riescono più a reggere il livello di violenza che quotidianamente entra nelle nostre case attraverso gli schermi televisivi… Perché quanto sta accadendo a Gaza accade sotto i nostri occhi, accade in diretta, tra una pubblicità e l’altra. La banalità del male dei campi di concentramento nazisti è venuta alla luce pienamente dopo la guerra: si è saputo dopo, quando non erano più. A Gaza la banalità del male va in onda in contemporanea e mentre guardiamo il telegiornale delle 19 sappiamo che il domani sarà uguale, carico di orrore disumano come ieri. Tutto ciò è inaccettabile.

Qualche giorno fa, il giornalista Raffaele Oriani, che si è congedato da Repubblica, per protesta contro la linea editoriale del giornale, ha scritto: “Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi.” Io penso che queste parole, che ringrazio Oriani di aver scritto, non valgano solo per i giornalisti. Valgono per tutte e tutti noi occidentali: perché questo orribile massacro, che accade sotto gli occhi di tutti, non determina in Italia, un vero scandalo, una vera indignazione? Questa passività di fronte al fatto che nostri simili vengano massacrati segnala un problema su cui dobbiamo riflettere e operare. Tanto più perché senza la piena e totale complicità occidentale, dagli Usa all’Unione Europea, Israele non potrebbe compiere il genocidio che sta facendo. Così come senza la passiva accondiscendenza delle opinioni pubbliche occidentali i nostri governi non potrebbero continuare ad appoggiare Israele nella sua barbara azione di massacro.

La nostra condanna dell’antisemitismo è totale, così come nessuno mette in discussione l’esistenza dello stato di Israele. A partire da questi punti fermi occorre condannare e agire per fermare le pratiche terroristiche e naziste poste in essere dal governo israeliano. La sacrosanta denuncia del governo sudafricano alla corte dell’Aia del governo israeliano per genocidio, non può rimanere isolata, deve diventare una campagna di massa affinché anche l’Italia si unisca a questa denuncia. La campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, mirate nei confronti di imprese, istituzioni israeliane e internazionali coinvolte nelle violazioni dei diritti del popolo palestinese deve diventare un modo concreto di azione quotidiana.

Potrei proseguire nell’elenco ma il punto fondamentale è inserire queste azioni all’interno di un discorso che sveli e smonti i luoghi comuni su cui si fonda una certa tolleranza verso gli indicibili orrori che l’esercito israeliano infligge alla popolazione palestinese.

Il fascismo israeliano, che ha continuato a rafforzarsi in quella società, non è un incidente di percorso ma il frutto degenere di una ideologia che si fonda sul proprio diritto ad occupare la terra degli altri “perché gli altri non ci sono”. Gli altri vengono negati, cancellati, disumanizzati. Del resto, questo problema è stato sottolineato già nel 1948 da Einstein, Hanna Arendt ed altri intellettuali ebrei statunitensi quando denunciavano che “fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (da cui è nato il Likud di Netanyahu), un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista.”

Il punto è che nel corso degli anni quello che nel 1948 era un pericolo, è diventata una realtà: gli esiti concreti sono le pratiche naziste dell’esercito sionista e solo la loro radicale condanna e sconfitta può aprire la strada alla pace tra eguali. “Il frutto della giustizia sarà la pace” recita il profeta Isaia: mai frase fu più corretta.

La legittimità dello Stato israeliano non può quindi essere fondata – in primo luogo nelle nostre teste – in un qualche diritto divino o sull’ideologia sionista o in una presunta superiorità morale degli israeliani, ma nella pura e semplice realtà dei fatti determinatasi – con gravissimi errori e responsabilità delle potenze occidentali – dopo la Seconda guerra mondiale. Così com’è evidente che il diritto al ritorno riguarda in primo luogo le popolazioni palestinesi sparse in tutti i continenti in questi decenni di repressione.

domenica 7 maggio 2023

Lettera aperta al Sindaco del Comitato Il Saronnese per l’ospedale e la sanità pubblica

Abbiamo appreso della convocazione della riunione dei capigruppo consiliari che stabilirà data e modalità di svolgimento del consiglio comunale aperto avente a tema la situazione di emergenza dell’ospedale di Saronno e della sanità pubblica del Saronnese, dove chiediamo di votare nella stessa serata la mozione presentata da alcuni consiglieri e consigliere comunali su questo tema. 

La riunione si terrà lunedì 8 maggio e quindi il consiglio comunale si terrà dopo quel 9 maggio in cui l’assessore regionale Guido Bertolaso ha promesso di presentare il suo piano di rilancio dell’ospedale di Saronno ai sindaci del comprensorio saronnese.

Il consiglio comunale aperto diventa perciò l’occasione per fare conoscere le osservazioni dei cittadini sia al “piano Bertolaso” sia sui temi come la Casa di comunità e i medici di medicina generale che devono far parte del rilancio della sanità pubblica sul nostro territorio.

Per questo motivo:

– le chiediamo di rendere immediatamente pubblico, non appena ricevuto dall’assessore Bertolaso, il Piano di rilancio per l’ospedale di Saronno, utilizzando tutti gli strumenti di comunicazione pubblica idonei; la invitiamo inoltre a chiedere ai sindaci del comprensorio di fare la stessa cosa;

– la invitiamo inoltre a partecipare, insieme alle cittadine e ai cittadini del Saronnese, che stiamo invitando a mezzo comunicato stampa, all’assemblea pubblica che si terrà in piazza Libertà dalle  10 di sabato 13 maggio per costruire in modo partecipato il contenuto del piano di rilancio dell’ospedale e, più in generale, i punti da portare all’attenzione dei rappresentanti cittadini in occasione del consiglio comunale aperto.

Siamo consapevoli che il contributo dei cittadini sarà fondamentale, oltre alla numerosa protesta del 15 aprile, anche nella fase di proposta e confronto con la Regione Lombardia per risolvere l’emergenza della sanità pubblica territoriale.

Auspicando che Lei accolga favorevolmente le nostre proposte, porgiamo cordiali saluti. 

Il Saronnese per l’ospedale e la sanità pubblica

giovedì 23 febbraio 2023

CONVOCAZIONE CPF Lunedì 6 marzo ore 20.30 c/o Cuac via Torino, 64 Gallarate

 Ordine del giorno del Comitato Politico Federale:

▪︎riflessione politica sui risultati elettorali

▪︎continua la costruzione di Unione Popolare.

    -Come? 

    -Quale ruolo deve avere Rifondazione Comunista?

▪︎Valutazione del processo di aggregazione di simpatizzanti di UP e  associazioni del nostro territorio per la costruzione e l'ampliamento di un Coordinamento Provinciale di UP

▪︎Proposte per la nomina del/la segretario/a della Fed.di Varese.

▪︎varie ed eventuali


Invitiamoci, reciprocamente, alla  partecipazione !

Ucraina, il conflitto è a un bivio: o la trattativa o la terza guerra mondiale

di Paolo Ferrero 

Ad un anno dal suo inizio, la guerra in Ucraina è arrivata ad un punto di svolta. La guerra in corso, in cui le superpotenze si fronteggiano, ha mantenuto sin qui le caratteristiche militari di una guerra regionale, che si combatte lungo una sola linea del fronte, in Ucraina. Nonostante le evidentissime implicazioni internazionali e il fatto che le origini della guerra siano completamente determinate dallo scontro tra le superpotenze, fino ad oggi, questo conflitto è rimasto un conflitto militarmente delimitato: un assurdo massacro che avviene su una specie di palcoscenico e di cui – quotidianamente – siamo informati e disinformati con la circolazione di foto, cartine, video e così via. Una specie di sanguinosissimo braccio di ferro che ha assunto le caratteristiche della guerra di posizione.

Dalla parte occidentale, fino ad ora, il governo ucraino fornisce le truppe e la Nato, a partire dagli Usa, le armi. Il personale per governare i sistemi d’arma sofisticati e i dirigenti dell’esercito ucraino. Si tratta quindi a tutti gli effetti di un conflitto per procura in cui però, fino ad ora, la Nato nel fornire le armi ha fatto attenzione a evitare che l’Ucraina potesse attaccare direttamente il suolo russo storicamente definito.

Questo conflitto, delimitato sul piano militare, che non dà luogo ad altre linee di fronte era esattamente nei desiderata della dirigenza degli Usa quando la guerra è cominciata: come affermato da Hillary Clinton, si trattava di incastrare la Russia in un “Afghanistan europeo” al fine di dissanguarla economicamente e di far precipitare il consenso di Putin in patria arrivando ad un cambio di regime in Russia e – nelle posizioni più esplicite – alla sua dissoluzione.

A distanza di un anno non solo gli obiettivi politici dell’Occidente sono falliti, visto che l’economia Russa non è collassata e il consenso di Putin non è crollato, ma sono falliti gli obiettivi militari: la guerra di posizione, regionale, sul terreno, la stanno vincendo i russi. Questa guerra, fondata in particolare sull’uso dell’artiglieria, vede una superiorità dell’esercito russo che – dopo un anno – si traduce in una drammatica carneficina che subisce l’esercito ucraino e anche in una maggiore difficoltà occidentale a garantire l’approvvigionamento di munizioni e sistemi d’arma. Una cifra sola per dare conto di quanto sta succedendo: l’esercito Ucraino spara ogni giorno una media di 6000 proiettili di cannone e pare difficile che nei prossimi mesi la Nato sia in grado di fornirgli una quantità maggiore di proiettili giornalieri. L’esercito russo spara ogni giorno più di 20.000 proiettili di artiglieria. E’ arrivato a punte di 60.000 proiettili al giorno e ha alle spalle un appartato industriale in grado di garantire la media.

Andando avanti così è del tutto evidente chi è nelle condizioni di vincere questa guerra “regionale”. I governanti occidentali, al di là della propaganda, hanno ben chiaro questa situazione e sono posti oggettivamente dinnanzi a un bivio: o aprire una fase di trattativa per risolvere diplomaticamente il conflitto in tempi rapidi o attuare una escalation militare che coinvolga direttamente le truppe di alcuni paesi Nato, che scelga di impegnare sistemi d’arma in grado di aggredire sistematicamente il suolo russo, che dia vita ad altri fronti (ad esempio trasformando anche la Moldavia in un nuovo campo di battaglia).

O la trattativa o la terza guerra mondiale, questo è il bivio! Com’è del tutto evidente il gruppo dirigente della Nato, con i suoi proclami altisonanti, ha scelto la strada dell’escalation del conflitto. Ha inoltre trovato nei governi polacchi e rumeni la disponibilità a unirsi a Zelensky nel fornire carne da cannone per proseguire il massacro.

Qui entriamo in gioco noi: la maggioranza dei popoli occidentali – a partire da quello italiano – non è disponibile a entrare in guerra e ritiene necessario aprire la trattativa. I governanti europei lo sanno e mentono spudoratamente sull’andamento della guerra e sui rischi che ci troviamo dinnanzi. E’ il momento che questa maggioranza delle popolazioni si faccia sentire per imporre la cessazione delle forniture militari e proporre il cessate il fuoco. Non esiste altre strada per evitare la catastrofe!

I governanti sanno che non possono andare in guerra contro la volontà popolare, per questo mentono e nascondono. Per questo le manifestazioni per la pace sono decisive per porre fine al conflitto. Facciamo sentire la nostra voce e incontriamoci sabato 25 marzo a Genova rispondendo all’appello dei lavoratori portuali per una grande manifestazione pacifista che fermi la follia dell’escalation, faccia tacere le armi e imponga la trattativa. Sabato a Genova e Berlino manifesteremo per la pace: costruiamo in ogni città una mobilitazione per impedire l’escalation militare!

lunedì 27 settembre 2021

CONFINDUSTRIA APPLAUDE DRAGHI, IL PRESIDENTE DEI RICCHI

Non ci stupisce l’ovazione della platea di Confindustria per Mario Draghi. È il presidente dei ricchi e giustamente i ricchi applaudono.

Draghi ha rassicurato l’1% più ricco del paese che non pagherà più tasse e non corre rischi di patrimoniali.
Ha attaccato le rendite ma non parlava del capitale finanziario, degli immobiliaristi, dei grandi patrimoni.
A Confindustria Draghi ha garantito che li innaffiera’ di soldi senza chiedere contropartite sociali né vincoli occupazionali.
Non ha parlato di delocalizzazioni né di rilancio dell’intervento pubblico.

Anche per frenare gli aumenti delle bollette si useranno i soldi della fiscalità generale, cioè dei cittadini, e non leggi come in Spagna che impongano di ridurre profitti delle grandi società.

Nelle riforme annunciate da Draghi non c’è spazio per i diritti di chi lavora, per l’introduzione di un salario minimo legale dignitoso, per la modifica delle leggi che hanno precarizzato, nè per il rilancio della sanità pubblica e la reinternalizzazione dei servizi dove prolifera lo sfruttamento, per la fine dei subappalti. Non lo turba che i nuovi assunti siano precarissimi: per il 73% a tempo determinato, di cui il 19,8% durano meno di una settimana e solo il 37% superano i due mesi, i somministrati sono aumentati del 39% e sono ormai 435.000.
La ripresa di Draghi è in realtà il ritorno al business as usual, alla normalità della precarietà, dello sfruttamento e dei bassi salari, il cui monte complessivo ha subito le perdite più pesanti (-39 miliardi, flessione del 7,5%) tra i grandi paesi europei essendo già il più basso.

Draghi invoca la pace sociale, cioè che la ripresa sia a carico dei lavoratori. Non a caso Mario Draghi ha proposto il solito Patto per il lavoro e la crescita ai sindacati. Il commento di Enrico Letta indica che il PD continua a reiterare la nefasta impostazione programmatica che tanti danni ha prodotto. Infatti Letta ha di nuovo riproposto la riedizione del Patto che negli anni ’90 segnò la perdita per i lavoratori della scala mobile e l’inizio di uno stillicidio di privatizzazioni e di riforme neoliberiste.
Come hanno capito gli operai della Gkn c’è bisogno invece di conflitto e lotte per dare voce al 99% e alla classe lavoratrice.
Chi sta in basso non ha motivi per applaudire questo governo e il banchiere.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

lunedì 8 marzo 2021

Mario Draghi? No grazie!

 I 209 MILIARDI DEVONO SERVIRE AL POPOLO, NON A FINANZIARE I PADRONI: DRAGHI? NO GRAZIE!

I giornali presentano il governo Draghi come un miracolo in cui i partiti che normalmente si combattono si ritrovano insieme per governare.

➢ MA È PROPRIO VERO?

Quando nel 2011 arrivò Monti, anche lui un salvatore della patria, ebbe un consenso ancora più ampio di Draghi e poi cosa fece? Un pesantissimo massacro sociale centrato sulla famigerata riforma Fornero contro le pensioni. Ma prima di Monti arrivò Dini (1995) che diede vita ad un governo tecnico con un unico obiettivo: scardinare il sistema pensionistico pubblico, introducendo il sistema contributivo. Ma prima di Dini abbiamo avuto Ciampi, supertecnico anche lui, che ha completato l’opera di Amato responsabile di una super stangata di 70.000 miliardi di vecchie lire e dell’abolizione della scala mobile. Con Ciampi oltre l’abolizione della scala mobile si ebbe la nascita della concertazione che ingabbiò i sindacati in una infinita discussione a perdere per i lavoratori.

➢ QUAL È LA CARATTERISTICA DI QUESTI SUPER TECNICI? DI ESSERE TUTTI DEI BANCHIERI.

Cosa hanno fatto sinora i banchieri? Enormi stangate che i politici che si presentano alle elezioni per prendere i voti non osavano fare per paura di perdere i voti.Ma com’è possibile che chi litiga tutti i giorni in televisione si ritrovi a dar vita alla stessa maggioranza?

La risposta è semplice:

centro destra e centro sinistra sulle questioni economiche la pensano nello stesso modo e sono tutti liberisti, cioè contro i lavoratori.

Hanno tutti votato i trattati europei così come il pareggio di bilancio in Costituzione. Sono tutti d’accordo a precarizzare il lavoro e sono tutti contrari alla patrimoniale sulle grandi ricchezze.

Inoltre, se notate, quando cambia il governo, questo non modifica mai le leggi del governo precedente a cui pure si era ferocemente opposto nei talk show e in parlamento.

Che cosa significa questo?

Significa che il bipolarismo è una presa in giro e che centro destra e centro sinistra sono tutti “diversamente” liberisti ma profondamente liberisti.

Allora costruiamo dal basso una opposizione popolare al governo Draghi, perché i 209 miliardi che sono sul tavolo non devono finire nelle tasche dei padroni ma devono servire a bloccare sfratti e licenziamenti, a potenziare la sanità e la scuola pubblica, ad aumentare il reddito dei poveri e difendere l’ambiente.

I SOLDI PUBBLICI DEVONO SERVIRE PER IL BENESSERE DEL POPOLO, PER IL SETTORE PUBBLICO E NON FINIRE NELLE TASCHE DEI RICCHI

www.rifondazionelombardia.it

giovedì 5 novembre 2020

martedì 14 aprile 2020

Fermiamo incompetenze e irresponsabilità. Commissariare la sanità lombarda e piemontese

Dichiarazione di Antonello Patta e Ezio Locatelli, rispettivamente segretario regionale Lombardia e segretario provinciale di Torino di Rifondazione Comunista, componenti della direzione nazionale Prc-Se:
“ormai la misura è colma in Lombardia e in Piemonte, le giunte politiche che hanno avuto la responsabilità istituzionale e giuridica di gestire la sanità regionale hanno toccato il fondo per gli errori commessi nella gestione della emergenza COVID 19. La denuncia drammatica e lucida dell’Ordine dei medici di Medicina Generale, che non sono un covo di bolscevichi, li mette tutti in fila con assoluta precisione:
·         La mancata chiusura del pronto soccorso di Alzano e la mancata zona rossa in Val Seriana
·         La ospedalizzazione spinta senza corridoi sanitari specifici, che ha trasformato gli ospedali da luoghi di cura a luoghi di contagio
·         L’abbandono totale della rete dei medici di base, che avrebbero potuto e dovuto fermare la prima ondata del contagio; non sono stati allertati e da soli hanno fronteggiato un contagio virulento.
·         L’abbandono delle RSA senza indicazioni e materiale di protezione e la folle decisione di occuparne i posti vuoti con convalescenti da COVID 19,
·         Il sistema dei tamponi fatti con criteri inaccettabili (neppure agli ospedalieri con sintomi e a molti malati gravi a casa)
·         L’assoluto ritardo nelle forniture del materiale necessario.
·         La beffa dell’ospedale alla fiera di Milano che da 400 posti in terapia intensiva si è ridotto a ospitarne 20, con personale strappato in altri ospedali, solo per dimostrare che “il privato è efficiente”. Hanno dimostrato il contrario, ma hanno sperperato miliardi e tolto risorse agli ospedali pubblici.
Il risultato di questi errori, su di una sanità pubblica già stressata da tagli e sottodimensionata nel personale, è pagato dai cittadini e dalle cittadine: più morti, più sofferenze, più contagi imboccando un tunnel che sembra senza fine. I numeri dei deceduti anche quelli ufficiali sono tremendi. Il “caso Lombardia e Piemonte “sono esempio negativo e motivo di indagine sul perché questi territori ricchi e di “eccellenza “non abbiano saputo contenere questa epidemia.  E poiché Fontana e Cirio non mostrano la consapevolezza del disastro, vanno avanti ciecamente senza trarre le conclusioni logiche, bisogna reagire. La Caporetto bellica ha avuto come conseguenza la destituzione dei generali responsabili di quella sconfitta, stessa cosa deve essere fatta per la gestione pericolosa dell’emergenza sanitaria.
Che venga commissariata la sanità in Lombardia e in Piemonte
L’emergenza coronavirus andrà avanti ancora per molto tempo; nel frattempo che si metta in mani responsabili la salute di chi vive in queste regioni”.

domenica 25 novembre 2018

martedì 29 maggio 2018

LA CRISI ISTITUZIONALE

Governo – Acerbo (Prc): «Noi non stiamo con Mattarella. Non sta difendendo la Costituzione. Nè con Cottarelli nè con Salvini. Costruiamo uno schieramento di sinistra popolare antiliberista»

COMUNICATO STAMPA
 
Governo – Acerbo (Prc): «Noi non stiamo con Mattarella. Non sta difendendo la Costituzione. Nè con Cottarelli nè con Salvini.  Costruiamo uno schieramento di sinistra popolare antiliberista»Maurizio Acerbo, segretario nazionale Partito della Rifondazione Comunista, S.E. Coordinamento nazionale di Potere al Popolo, dichiara: «Le scelte e le parole del Presidente della Repubblica suscitano rabbia e sconcerto.
Il nostro giudizio negativo su Salvini e Di Maio non ci impedisce di condannare con nettezza la scelta del Presidente della Repubblica.
Il comportamento di Mattarella ha le sembianze più di un golpe bianco che di una rigorosa difesa della Costituzione. Nella Costituzione è previsto il divieto di ricostituire il partito fascista, non quello di mettere in discussione i trattati europei o la moneta unica.
La sovranità non appartiene agli “operatori economici o finanziari” e agli “investitori italiani e stranieri” citati da Mattarella. Il comportamento del Presidente e il suo intervento così pesante sul terreno delle scelte politiche è per noi indifendibile.
Non ci stupisce che a sostegno di Mattarella si siano schierati immediatamente due improbabili campioni del costituzionalismo come Renzi e Berlusconi. Questa operazione è la prosecuzione delle ingerenze dell’UE ed avevamo già da tempo profetizzato che Cottarelli, onnipresente su giornali e tv, sarebbe stato il nuovo Monti da imporre a colpi di spread. Proprio perchè ci siamo sempre schierati in difesa della democrazia costituzionale non possiamo che dire NO a questa operazione e all’incarico a un uomo del Fondo Monetario Internazionale. Chi difende la Costituzione non può schierarsi per un’acritica difesa di Mattarella. Rifiutiamo di dover scegliere tra la peste e il colera, tra Salvini e Di Maio da una parte e Renzi e Berlusconi dall’altra. Si tratta di due versioni diverse del neoliberismo.
Ci schieriamo dalla parte della democrazia e della Costituzione come abbiamo sempre fatto.
La classe dirigente di centrodestra e centrosinistra che ha condiviso le scelte strategiche dagli anni ’90 é ormai delegittimata e trascina nel discredito le stesse istituzioni.
Il Presidente della Repubblica, come il suo predecessore, assume il ruolo di garante non della Costituzione ma di di uno stato permanente di eccezione.
La richiesta di impeachment non è fondata sul piano costituzionale e il comportamento di M5S e Lega, a partire dalla scelta di un premier inconsistente sul piano politico, ha contribuito a questo esito. Certo Mattarella ha fatto un gran regalo a Salvini che può ergersi a difensore degli italiani e il M5S cerca di competere alzando il volume.
Da sempre denunciamo che il cosiddetto “pilota automatico” non è compatibile con la democrazia e che la mette in crisi sul piano formale e sostanziale. A cosa serve poter votare se le scelte di fondo sono già predeterminate? E come si può rafforzare il legame tra cittadine/i e istituzioni repubblicane se un rigore insensato riduce progressivamente diritti?
Se Mattarella avesse detto no alla nomina di un demagogo razzista xenofobo come Salvini al ministero degli Interni avremmo apprezzato. Ma il suo intervento in nome dell’ordine post-democratico nato a Maastricht nel 1992 non è condivisibile e accettabile.
Lo ricordiamo come ministro della difesa ai tempi della guerra nella ex-Jugoslavia e ci è ben chiaro che tende ad anteporre il quadro internazionale alla Costituzione.
Rivendichiamo con orgoglio il nostro voto da sempre contrario ai trattati europei e la nostra lotta per un’altra Europa non in nome del nazionalismo ma della democrazia e della difesa e dell’estensione dei diritti. Costruiamo uno schieramento di sinistra popolare antiliberista per l’attuazione della Costituzione e dunque contro i trattati europei e alternativo a tutti i poli esistenti. Né con Cottarelli né con Salvini».

giovedì 14 settembre 2017

lunedì 21 agosto 2017

LA COSTRUZIONE DELLA GUERRA CIVILE MONDIALE

Dopo ogni attentato viene costruita una narrazione di paura. Perché? A cosa serve? E cosa possiamo fare noi?
Barcellona, 14 morti. La manifestazione allontana i gruppi fascisti. La Sindaca parla di pace e di accoglienza. Ma questo sembra non bastare. Quando si lancia il sasso della paura nel lago dei media mainstream, le onde concentriche che si formano continuano a ingrandirsi senza smettere. C’è chi, in questi giorni, sui social cerca di far riflettere, comparando i numeri dei morti per terrorismo in Europa con il resto del mondo. Basta fare questi conti per rendersi conto come in Europa facciano molte più vittime gli incidenti stradali, che il terrorismo. Ma questo non basta a fermare le onde concentriche della paura.
Questa è una guerra civile mondiale, avevo scritto dopo il Bataclan. Una guerra civile organizzata a livello mondiale, ma che si diffonde a livello nazionale, e si attua in maniera differenziata nelle diverse regioni del mondo. Una guerra civile che in prima istanza toglie qualsiasi umanità al nemico, o al sedicente tale. Una guerra civile che distrugge i diversi – donne, migranti, infedeli, minoranze.
Una guerra civile mondiale, dove gli ‘opposti estremismi’ sono i patrioti occidentali da un lato, e i fondamentalisti islamici dall’altro. Entrambi utilizzati, se non costruiti, dalle élite che sostengono l’ordine mondiale neoliberale. O forse dovremmo dire il dis/ordine mondiale neoliberale.
Dis/ordine mondiale perché dopo il 2008, il mondo post ’89 della libertà, della democrazia, e dello sviluppo capitalista senza confini e senza limiti per la ricchezza, scricchiola. Così come scricchiola il suo principale sostenitore: gli Stati Uniti. Come mantenere quindi la supremazia del progetto egemonico neoliberale sul mondo? Costruendo paura. Una paura che funzioni da eco egemonico e ci ricordi che siamo parte dell’Occidente e prima di tutto dobbiamo difendere la nostra casa, il nostro modo di vita, i nostri valori, il nostro sentito comune. Purtroppo, è proprio questa costruzione di paura che sta distruggendo il nostro modo di vita. È la nostra necessità di sicurezza che uccide la nostra libertà.

In Europa dopo ogni attentato viene costruita mediaticamente, culturalmente ed emozionalmente questa guerra civile mondiale. Non importa che i morti degli incidenti stradali siano in numero maggiore che negli attentati. Gli attentati costruiscono l’attuale collante del nostro vivere comune: la nostra comune paura collettiva, tramite cui si cerca di stabilizzare il dis/ordine mondiale. Questo dis/ordine si riproduce nella costruzione di piccole paure quotidiane, che esorcizziamo nel nostro agire pubblico: gli insulti ai negri sugli autobus, il complotto delle ONG su facebook, le offese urlate a Boldrini, il bullismo su snapchat, i video contro i gay su youtube. Se non ridi sei noioso e soprattutto non stai riproducendo meccanicamente la routine della paura. La produzione e riproduzione di un senso comune di paura che ci tiene insieme. Se non partecipi, stai distruggendo il nostro modo di stare insieme come comunità occidentale, il nostro modo comune di avere paura insieme.
Per rompere questa costruzione di paura non possiamo solo riportare i numeri dei fatti reali – che è comunque il primo passo - ma dobbiamo anche costruire un altro senso comune dello stare insieme.
Ogni giorno lasciamo annegare le persone nel Mediterraneo, o le rimpatriamo in paesi dove c’è la guerra, o le rinchiudiamo nei campi. Ogni giorno distruggiamo le speranze di centinaia di persone in fuga. Ed è qui che si attiva una sorta di legge della meccanica della sofferenza, questa non si distrugge, si trasforma, prima in odio, poi in terrore e infine in morte. E noi rispondiamo con la paura. 

È qui che dobbiamo ricominciare a costruire un altro senso comune dello stare insieme, contro la paura. Diceva un rivoluzionario qualche decennio fa: ‘siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo’.
Dobbiamo sentire le ingiustizie, non la paura. 

Vane Bix

sabato 12 agosto 2017

FIRMATE APPELLO "IO PREFERIREI DI NO"

È in corso un nuovo sterminio di massa.
Donne, bambini, uomini, intere famiglie costrette a fuggire dalla guerra e dalla fame. Costretti a farlo indebitandosi, subendo violenze e torture nelle carceri libiche, rischiando di annegare, di morire di sete e di ustioni da carburante su barconi fatiscenti.
Costretti a questo calvario dai governi dell’Europa che ha prima saccheggiato le risorse dell’Africa e armato i conflitti che la dilaniano e poi ha chiuso le porte ai profughi di quelle guerre, obbligandoli alla fuga per l’unica via accessibile, la più pericolosa: il Mediterraneo, dove muoiono il 75 per cento dei migranti che in tutto il mondo, a migliaia, perdono la vita durante la loro fuga. 
 
Il nostro Governo non è indifferente a questa carneficina ma complice: invia navi militari per impedire ai migranti di lasciare le coste dell’Africa; si accorda con i dittatori dei paesi che perseguitano i profughi per bloccare ai confini chi tenta la fuga; perseguita le Ong che – senza alcun fine di lucro – salvano i migranti in mare; impone loro condizioni che rendono impossibile o vano l’intervento, come il divieto di trasbordare i profughi su imbarcazioni più grandi o l’obbligo della presenza sulle navi di ufficiali militari armati, inaccettabile per le associazioni umanitarie che operano in terre di conflitto solo grazie alla loro neutralità.
 
Il governo italiano si accanisce poi contro chi approda. Lo respinge in Libia e lo riconsegna agli aguzzini che lo hanno torturato, perché i segni di stupri e torture sono vecchi e non vengono refertati, rendendo spesso vana la richiesta di asilo e protezione. Ai richiedenti asilo viene comunque richiesto di svolgere lavori socialmente utili: di lavorare gratis, per noi.
 
Alcuni sindaci minacciano di ritorsioni le famiglie che accolgono i migranti, vogliono che paghino più tasse.Altri si rifiutano di destinare all’accoglienza dei profghi strutture abbandonate. Altri intimano lo sgombero dei presidi dove volontari distribuiscono gratuitamente pasti e vestiti e dispensano cure mediche. Il servizio pubblico diffonde la falsa informazione che l’Italia sia sotto assedio, che sia in corso un’invasione di profughi, che l’accoglienza non sia sostenibile, quando il nostro paese non figura nella lista di quelli che ospitano più rifugiati e non è nemmeno tra le destinazioni più ambite in Europa: ogni cento richiedenti asilo, solo 7 fanno domanda in Italia. 
 
Noi preferiremmo che non fosse così. Ci adoperiamo ogni giorno perché non sia così. Siamo qui a sfidare il Governo che criminalizza chi salva vite umane, a disobbedire ai sindaci che intimano di non accogliere i profughi, a denunciare la loro complicità con questo deliberato sterminio.
 
«Preferirei di no», risposero i professori universitari che si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Furono solo 12 su 1200. Stavolta sappiamo di essere di più, e desideriamo creare un luogo dove chi pensa che la fuga dalla guerra e dalla fame sia un diritto e l’accoglienza un dovere possa ritrovarsi, mobilitarsi, esprimere la propria solidarietà nei confronti di chi rischia la vita e di chi la salva. Non staremo in silenzio, non staremo a guardare.

per firmare appello: http://www.progressi.org/iopreferireidino

martedì 8 agosto 2017

IMMIGRAZIONE: ALCUNI SPUNTI DI RIFLESSIONE PER NON CADERE IN TRAPPOLA

Stefano Galieni - Responsabile Pace, Movimenti e Immigrazione Prc S.E.

Si va diffondendo, soprattutto nel mondo dei social, il tentativo di motivare, con un approccio “marxista” le ragioni che dovrebbero indurre la sinistra e in particolare le comuniste e i comunisti, a limitare, se non contrastare l’accoglienza dei migranti, a combattere le Ong che effettuano soccorso in mare, come “serve del capitale”, ad indurre a credere, giungendo nei casi peggiori a vere e proprie teorie complottistiche, che l’immigrazione “selvaggia” sia un progetto preciso del capitale per ridurre i diritti dei lavoratori autoctoni, in cui la sinistra “radical chic” sempre intenta a fare aperitivi nei salotti della borghesia, è caduta o magari è consapevole complice in nome di concetti liberali come quelli dei diritti umani, della libera circolazione delle persone. A detta di alcuni pensatori di tale stampo dovremmo pensare invece che a fare i “buonisti” che accolgono, a riprendere la lotta di classe per portare alla rivoluzione il proletariato nazionale. Alcuni almeno ammettono candidamente che se non cominciamo ad accettare la rabbia che ha il popolo verso i migranti perdiamo qualsiasi legame con la classe (ergo diventiamo dei Salvini con la bandiera rossa?) altri invece utilizzano consapevolmente la stessa disinformazione borghese per affermare, sempre con la suddetta bandiera rossa in pugno, le stesse cose che dicono i giornali della borghesia come il Corriere della Sera o La Repubblica. Vero è che la rivoluzione ha percorsi tortuosi ma questo pare onestamente un labirinto. Mi provo ad offrire spunti di riflessione a partire da un assunto. Ormai stanno convincendo gran parte del paese che è in atto una guerra fra poveri (peccato che i “poveri migranti” non si possano difendere dai “poveri autoctoni” e quindi quantomeno manchi uno dei contendenti), in realtà a mio modesto avviso quella che è in atto è una “guerra contro i poveri”. E c’è da dire prima di partire che se nella trappola ci si è caduti in molti lo si deve anche ad un antirazzismo etico, di benpensanti, che non si confronta con la realtà e le sue contraddizioni e che con il proprio giudizio morale non fa che rafforzare un “razzismo popolare” certamente presente. Provo ad utilizzare alcune parole chiave su cui si fondano simili discorsi, per destrutturarli alla radice. Mi si scusi fin da ora per la superficialità inevitabile in uno spazio esiguo.

Esercito industriale di riserva
Si tratta di un vero e proprio tormentone: la domanda è esiste e serve un esercito industriale di riserva? Marx usava correttamente questo termine quando la rivoluzione industriale era in piena ascesa e non esistevano ancora contratti nazionali collettivi, sindacalismo diffuso. Tempi insomma in cui a fronte di una ampia richiesta di competenze lavorative di bassa qualifica, il padrone poteva scegliere il lavoratore che costava di meno e che non creava problemi. Oggi l’Europa e in particolare l’Italia sono in una situazione radicalmente diversa. Il paese ha ridotto in pochi anni del 25% le proprie produzioni in base ad una logica di concorrenza globale, molti impianti produttivi, anche in attivo vengono delocalizzati. Non siamo concorrenti ci dicono per la troppa rigidità del mercato del lavoro. Ce lo dicono da 30 anni, abbiamo i salari fra i più bassi d’Europa, decine di forme contrattuali diverse, sempre a vantaggio di chi trae profitto e dovremmo diventare ancora più concorrenziali avendo meno diritti? Ma soprattutto in tutto questo cosa c’entrano i migranti che sbarcano? Sono persone che per almeno due anni non avranno neanche la possibilità di essere inseriti nel ciclo produttivo, in attesa dell’esito delle domande d’asilo, che dovranno imparare lingua e lavoro. Questo a fronte del fatto che, in assenza di qualsiasi progetto di ripresa reale, dall’Italia dall’inizio della Crisi (2008) fino al 2016 hanno lasciato ufficialmente il paese 509 mila italiani, molti altri sono all’estero anche se mantengono la residenza in Italia. Lo hanno fatto perché i migranti rubavano loro il lavoro o perché di lavoro almeno pagato decentemente ce ne è poco? Un ritorno al passato, a quando l’emigrazione italiana era veramente una invasione e in Germania come in Belgio i sindacati reagirono pretendendo parità di salario a parità di lavoro. Quello che oggi in Germania (dove non vige il socialismo) si pretende per Turchi e Siriani. E comunque 509 mila, è un numero inferiore a quello dei migranti giunti nello stesso periodo in Italia e che vi sono rimasti, E mentre anche molti cittadini migranti presenti da tanti anni o scelgono un altro paese o tornano al proprio, in tanti si cade nella trappola per cui sono i nuovi arrivati a toglierci lavoro, casa, servizi. E se invece tornassimo a pretenderli per tutti? Altro che prima gli italiani. E a pretendere l’abrogazione del Regolamento Dublino che obbliga chi arriva a restare nel primo paese di arrivo, minacciando, in caso di risposta negativa, di fornire chi arriva di titoli di viaggio e di permessi umanitari per poter circolare in Europa? Sarebbe una disobbedienza concreta ai trattati, meno ipocrita e criminale della scelta di pagare altri, Libia o Turchia, per fermare le persone, per fare il lavoro sporco di aguzzini legalizzati.

Perché abbandonano il proprio paese?
Anche questa fa parte del repertorio: “se sono sotto dittatura si debbono ribellare in patria se sono migranti economici debbono migliorare e condizioni della loro classe nel loro paese, se sono in guerra debbono combattere”. Visto e sentito sintetizzando, in ambienti di “sinistra” se non “comunisti all’ennesima potenza”. Eh la storia che non insegna verrebbe da dire. Pensiamo a noi. Gli antifascisti furono costretti in gran parte alla fuga per riorganizzarsi, chi non ce la faceva per ragioni economiche se ne andò prima in ogni paese del mondo, poi dal sud verso nord, dove c’era bisogno di manodopera non di riserva. E come la diaspora durante il fascismo, l’emigrazione al nord furono motori trainanti, prima della resistenza e poi delle conquiste sociali degli anni Sessanta e Settanta. Certo ci furono problemi ma vennero affrontati in un’ottica di classe e non di “nazione”. Da ultimo dei 35 conflitti ufficialmente in atto nel mondo e delle centinaia di situazioni di tensione beneficia l’industria bellica che in Italia è estremamente fiorente e fa salire il Pil. Si è disponibili a combattere per un taglio drastico delle spese militari, per una riconversione delle industrie alla Finmeccanica e per l’interruzione delle relazioni diplomatiche ed economiche con paesi come l’Arabia Saudita, la Turchia, la Nigeria, la Libia che sono fra i nostri migliori clienti? Se non si è disposti a questo e la si considera questione di secondo ordine se ne accettino le conseguenze, anzi finora sin troppo blande. Da ultimo – i numeri sono importanti – dei 62 milioni di uomini e donne in fuga da varie parti del pianeta, gran parte cerca di restare nei pressi del proprio paese, in quelli confinanti, nella speranza di un ritorno. In Europa, nella ricchissima Europa, ne arriva si e no il 6%.

La globalizzazione liberista fa circolare liberamente merci, capitali e persone
Fra le balle in circolazione questa è una delle peggiori. Mentre capitali e merci circolano, da tanti anni ormai, indisturbati, per le persone la vicenda va esattamente al contrario. I paesi a capitalismo avanzato oggi sono pieni di muri e di ostacoli alla circolazione delle persone: il muro in Messico è una costante della storia americana, sia che governino i democratici che i repubblicani, l’Europa odierna è un sistema micidiale di gabbie verso l’esterno e mura interne per impedire la circolazione all’interno della stessa UE. Muri reali e muri fatti di repressione poliziesca. Basti pensare che la Francia ha rimandato in Italia lo scorso anno quasi 29 mila persone e che l’Italia continua imperterrita a fare rimpatri verso i paesi con cui ha stretto accordi, paesi in cui il tasso di democrazia è quantomeno opinabile. Entrare in Europa legalmente oggi è impossibile, come è impossibile in Australia. L’Italia, come la Grecia, è un paese esposto al sud, inevitabilmente è il paese in cui passare ma non quello in cui fermarsi. Peccato che chi governa l’Europa e non mi sembra che si tratti di filantropi caritatevoli, buonisti radical chic, o rivoluzionari duri e puri, neghi loro la libera circolazione mediante il regolamento Dublino e la stretta dei controlli nell’Area Schengen. Il tutto per numeri risibili: lo 0,2 % della popolazione italiana o lo 0,02 % di quella europea, arrotondando. Io chiamerei questo proibizionismo, altro che libera circolazione. Un proibizionismo che ha prodotto in meno di 20 anni oltre 40 mila morti in mare e chissà quanti nei deserti. Una guerra silenziosa il cui bilancio dovrebbe convincere anche i più sicuri dell’oscuro complotto capitalista. Se non bastasse, certamente per depistarci, i fondi spesi per “difendere i confini” e per le agenzie di contrasto all’immigrazione come FRONTEX, non sono calcolati per definire il deficit di qualsiasi stato membro. Ovvero più reprimete e meno pagate.

Per colpa dei migranti ci sono meno servizi agli italiani
Invece di dire “per colpa delle politiche economiche di austerity si taglia tutto” è meglio prendersela con chi ottiene briciole di accoglienza. Evidentemente i marxisti che fanno queste affermazioni sono convinti di trovarsi davanti ad una crisi di scarsità di risorse. Peccato sia esattamente il contrario. La crisi è di sovrapproduzione ma con bassi salari e alta disoccupazione nonché prospettive incerte di futuro, lo Stato avrebbe due modi per risolvere i problemi. Il primo prevede una vera progressività fiscale, una patrimoniale per le grandi ricchezze, una tassazione della rendita finanziaria e immobiliare degna di questo nome e una riduzione dell’orario e del tempo di lavoro e adeguamento dei salari ai costi della vita. Dovremmo pretendere questo. Invece i governi di centro destra e di centro sinistra, da decenni risolvono smantellando settori interi del welfare. Questo in un paese che invecchia produrrà sempre più danni, già oggi 12 milioni di persone rinunciano spesso a curarsi, centinaia di migliaia sono in emergenza abitativa, le condizioni generali di vita peggiorano. Magari si controllerà il debito pubblico e tante banche verranno salvate ma è colpa dell’arrivo degli immigrati o della nostra complessiva scarsa capacità conflittuale? “I soldi ci sono” non è uno slogan ma una realtà inoppugnabile. Che si dica questo invece di accettare che il disagio popolare ricada su chi sta peggio. E di servizi ne avremo sempre più bisogno dato il calo demografico della popolazione italiana che diviene sempre più anziana. Una situazione peggiore c’è solo in Germania e non a caso i tedeschi, non certo in nome del socialismo, ha negli anni passati aperto le porte ad oltre un milione di richiedenti asilo, soprattutto siriani, sospendendo il regolamento Dublino. L’isolamento autarchico in cui qualcuno ci vorrebbe far tornare in nome della sovranità nazionale, avrebbe come primo effetto quello di accentuare la fine tanto delle capacità produttive che di costruzione di conflitto sociale, nel paese. Sempre sui social, mi è capitato di provare stupore di trovare chi, citando Marx, afferma che il nemico di classe non è solo il padrone ma anche il sottoproletariato disposto a svendersi. Ovviamente si guarda al “sottoproletariato migrante”, che per antico retaggio colonialista, non può mai avere propria coscienza politica. Peccato che molti fra i pochi conflitti nel mondo del lavoro che si sono innescati in questi anni (logistica, agricoltura per esempio) abbiano avuto migranti come protagonisti mentre una condizione sociale che potremmo definire simile al sottoproletariato di marxiana memoria è oggi in gran parte autoctono. Sono altri nemici di classe? O forse Marx  avrebbe poco gradito tale rigidità di analisi?

Accoglienza e Ong, un unico grande business
Questa affermazione, che per altro porta a confondere due problematiche diverse, parte però da due assunti reali. L’accoglienza, gestita in Italia sempre come “emergenza” fin dai primi anni 90 è sempre stata un lucroso affare. Accanto a splendidi e piccoli esempi di cooperative reali si sono imposti sistemi paramafiosi (anche se per la Procura di Roma è errato parlare di mafia) in cui però un ruolo centrale è determinato dal sistema legislativo e dagli organismi dello Stato che sono preposti a gestire tale situazione. I fondi per l’accoglienza ci sono, arrivano in parte sostenuta, dall’Europa, ma non esiste un ruolo reale di controllo. Ministero dell’Interno e Prefetture definiscono bandi in cui chi fa l’offerta più vantaggiosa e ha le strutture adeguate, si prende gli ospiti, dall’albergo al mega centro per migliaia di persone. Entrate enormi per i grandi enti gestori che non subiscono mai reali ispezioni, salari da fame per i tanti operatori che ci lavorano. In alcuni paesini questa è l’unica opportunità di lavoro offerta. Se l’accoglienza fosse gestita totalmente dal pubblico e i richiedenti asilo potessero essere distribuiti in tutti gli 8000 Comuni italiani e non, come avviene adesso in soli 2300, non si avrebbe neanche la percezione di invasione. Ma sarebbero centri più piccoli che garantirebbero profitti più bassi. Invece sulle Ong che guadagnano salvando persone parte delle credenze che circolano, anche nei nostri ambienti, vengono da lontano. Un tempo in Italia esistevano tante Ong (Organizzazioni NON governative) ma che, nonostante il loro nome, vivevano grazie a elargizioni del governo o dei singoli ministeri. Oggi non è più così infatti le finte Ong italiane hanno chiuso da tempo o hanno trovato donatori privati. Quelle che intervengono a salvare i profughi lo fanno grazie ai tanti donatori, i loro bilanci sono pubblici, pur non essendo italiane, si trovano nei loro siti. Anzi più è alto il numero dei donatori più se ne vantano. Gli equipaggi vengono pagati gli altri sono volontari. Qualcuno obbietta con l’affermazione “si ma sono figli della borghesia che così aiutano il disegno del capitale”. Molti provengono anche da famiglie abbienti perché solo chi ha una serenità economica può dedicare qualche mese l’anno a fare il volontario in mare. Una colpa? Equipariamo il servizio nelle Ong a servizio civile e facciamo si che anche i giovani meno privilegiati possano fare simili esperienze. Magari poi diventano i vettori di una informazione reale che i nostri mezzi di comunicazione ci negano.

Cittadinanza e ius soli
Anche in questo caso, se si deve accettare l’onestà intellettuale di certi discorsi pubblici (non sempre è possibile), vengono i brividi. “Si tratta di leggi inutili e di diritti superflui”. Peccato che lo si dica godendone appieno. Eppure è logico pensare che se soltanto la restrittiva legge sullo ius soli, (frutto di un compromesso al ribasso) venisse approvata e se per i cittadini lungo residenti fosse assicurato il diritto di voto, almeno alle elezioni amministrative, molte cose potrebbero cambiare. Ci voterebbero? Non è detto, almeno che non si sia chiari fino in fondo, ma avrebbero finalmente un potere contrattuale anche politico, romperebbero la barriera per cui io decido chi amministra anche le altrui vite, costringerebbe i governi a fare i conti e a negoziare anche per garantire parità salariale ed evitare che in futuro sorga la concorrenza fra lavoratori tanto temuta. Sarebbe un piccolo passo di civiltà, altro che questione non prioritaria. O si ha paura di doversi confrontare con chi, almeno sulla carta, avrebbe uno strumento in più per affermarsi? Chiaro che si tratta di diritti più formali che sostanziali, ma perché tanto bisogno di farli restare privilegi? E comunque che questi discorsi si facciano ai tanti ragazzi e ragazze che vogliono costruirsi qui un futuro e che spesso lottano con noi.


martedì 25 luglio 2017

ROMA SENZA ACQUA, FALLIMENTO DELLA PRIVATIZZAZIONE

Siccità, Acerbo (Prc): «Roma senza acqua, fallimento della privatizzazione»

«L’emergenza acqua a Roma dimostra che avevamo ragione nella lotta per l’acqua bene comune – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea -. Il razionamento dell’acqua a Roma è l’emblema del fallimento delle politiche di privatizzazione dei servizi pubblici perseguite da centrodestra e centrosinistra.
La trasformazione a fine anni ’90 delle aziende municipali in società quotate in borsa ha tradito le promesse dei neoliberisti e a mostrarlo sono i dati sulle perdite di acqua a Roma.
Oggi Acea è una multiutility che distribuisce dividendo agli azionisti, si occupa di business di ogni genere (dall’energia al compostaggio agli inceneritori) e investe in tutta Italia e all’estero (soprattutto America Latina). Però non si occupa delle perdite della capitale.
Le politiche condivise dai due poli che hanno governato l’Italia negli ultimi venticinque anni hanno distrutto lo stesso concetto di servizio pubblico e hanno consentito a capitali privati di accumulare profitti mediante l’espropriazione di beni comuni.
Pensare che furono Giolitti e Luigi Einaudi a municipalizzare nel 1907 i servizi idrici prendendo esempio dal Regno Unito! Il grande economista liberale spiegava allora che non si possono affidare monopoli a privati.
E’ ora che si dia attuazione al referendum del 2011 e si proceda alla ripubblicizzazione della gestione dell’acqua e più in generale si aboliscano le SPA per la gestione di servizi pubblici. Ciò che è pubblico deve essere gestito da soggetti di diritto pubblico in maniera trasparente e partecipata con l’obiettivo di garantire servizi ai cittadini non utili agli azionisti».