Il pronunciamento netto a favore della riforma istituzionale col quale ieri
Vincenzo Boccia ha inaugurato il mandato alla guida di Confindustria non è uno
dei tanti pareri che piovono in questi giorni, in seguito alla scelta renziana
di aprire la campagna referendaria con mesi di anticipo.
Sul sì degli industriali, che verrà ufficializzato il 23 giugno dal
Consiglio generale dell’associazione, non c’erano dubbi. Le motivazioni
dell’entusiasta sostegno degli industriali alla riforma meritano tuttavia di
essere considerate con attenzione. Boccia infatti non le manda a dire: le
riforme sono benvenute e benemerite perché devono «liberare il Paese dai veti
delle minoranze e dai particolarismi», il cui perverso esito è stato
«l’immobilismo».
Immobilismo? In un Paese in cui, nel 2011, un governo da nessuno eletto ma
imposto dall’Europa e da un capo dello Stato che travalicava di molto i confini
del proprio ruolo istituzionale ha stracciato in quattro e quattr’otto diritti
e garanzie del lavoro conquistate in decenni, senza che quasi nessuno
proferisse verbo? Con un governo che nella sua marcia ha incontrato un solo
serio ostacolo, costituito non dalle minoranze e dai particolarismi ma da una
parte integrante della truppa del premier, i cosiddetti catto-dem? Dal giorno
dell’ascesa a palazzo Chigi di Renzi, anche lui senza alcun voto popolare, il
loro è stato l’unico no che il governo ha dovuto ingoiare ma è improbabile che
a questo alludesse Boccia. Per il resto nessuna minoranza e nessun particolarismo
hanno trovato ascolto alle orecchie del gran capo.
Il problema è che gli industriali, proprio come la grande finanza e le
centrali del potere europeo, stanno mettendo le mani avanti. Non hanno bisogno
di intervenire sul presente, che dal 2011 gli va benone così com’è, ma sul
futuro. Devono impedire che la democrazia, dissanguata in nome della crisi dei
debiti e del voto del 2013, reclami domani diritti che sulla carta ancora
avrebbe. Si tratta, non certo per la prima volta nella storia italiana, di rendere
un’emergenza permanente.
Quello degli industriali non è un endorsement tra i tanti: è la vera chiave
della riforma, la sua ragion d’essere. Per smontare la retorica sui guasti del
bicameralismo che costringerebbe le leggi a transitare come anime in pena tra
Montecitorio e Palazzo Madama basterebbero i dati sui tempi di approvazione
delle leggi in Europa. L’Italia è nella media.
Da quel punto di vista il bicameralismo non desta preoccupazioni. I tempi
diventano biblici solo quando leggi spinose vengono chiuse nel cassetto e lì
dimenticate. Nulla, nel nuovo assetto disegnato dalla riforma, impedirebbe di
farlo ancora, sia pure in una sola camera.
I poteri economico-finanziari, però, si sono convinti che produzione ed
economia possano prosperare solo in una situazione di democrazia decurtata e in
virtù di governi autoritari, tali cioè da non doversi misurare con «le
minoranze e con i particolarismi», in concreto, con un libero Parlamento.
Come quasi tutti gli orientamenti imposti dall’Europa e dai poteri
economico-finanziari si tratta di un dogma. Anche a voler accettare il prezzo
salatissimo dello scambio tra democrazia e produttività, nulla garantisce che i
risultati arriverebbero, anche solo in termini di efficienza produttiva.
Proprio il caso dell’Italia, dove la democrazia parlamentare è soffocata da
ormai cinque anni senza risultati apprezzabili, dovrebbe dimostrarlo, ma
tant’è. Questa è la strada decisa da chi deve decidere per tutti.
Questo ha detto nel suo primo discorso il presidente di Confindustria.
Scusate se è poco.
Andrea Colombo, il Manifesto