mercoledì 30 luglio 2014
giovedì 12 giugno 2014
ENRICO BERLINGUER
Trent’anni
fa: Berlinguer
Paolo
Ferrero
Trent’anni
fa moriva Enrico Berlinguer. Berlinguer è stato tra coloro che hanno
saputo meglio incarnare, nel corso della propria esistenza e della militanza,
l’idea della diversità dei comunisti. Egli pose per primo, nel nostro Paese, il
tema della “questione morale”. Lo pose con un’accezione diversa da quella poi
diventata popolare in questi anni, secondo cui il problema sarebbe
rappresentato unicamente dai tanti politici che rubano. Berlinguer leggeva la
corruzione della cosa pubblica, allora come oggi radicata e strutturata, come
il sintomo e il tassello di un modello di crescita e di sviluppo distorto, di
un capitalismo malato che – per potersi alimentare e riprodurre – doveva
necessariamente incubare un’economia illegale e criminale crescente,
distruggere l’ambiente e i diritti conquistati dal movimento operaio. Una
corruzione che riguardava l’intera classe dirigente del nostro Paese: gli
esponenti dei partiti di governo, ma anche gli imprenditori e i grandi manager.
Una corruzione che poteva e può essere sconfitta non solo con l’onestà e con la
trasparenza, ma mettendo in discussione quelle politiche che oggi chiamiamo
neo-liberiste. Berlinguer, dopo la stagione del compromesso storico e
dell’unità nazionale, a partire dalla fine degli anni Settanta, si convinse
giustamente che l’unica strada da percorrere era la costruzione di
un’alternativa di sinistra: Cominciò così una politica di opposizione alle
politiche di ristrutturazione capitalistica e al tentativo di cancellare le
grandi conquiste maturale dal movimento operaio. Quel Berlinguer era spesso
isolato all’interno dello stesso Pci: quando, ad esempio, andò davanti ai
cancelli della Fiat nel 1980 e disse che i comunisti dovevano stare dalla parte
degli operai nei momenti migliori ma anche e soprattutto nelle fasi peggiori;
quando – nel 1984-85 – scelse la strada dell’opposizione al decreto di San
Valentino emanato dal governo Craxi per tagliare la scala mobile, fino ad
arrivare al referendum contro quel provvedimento. In fondo Berlinguer, negli
ultimi anni della sua vita, ci diceva che era meglio una sconfitta stando dalla
parte giusta che una vittoria basata sul tradimento dei propri ideali e della
propria storia. Anche perché le sconfitte di oggi possono essere i semi che
rendono possibile la vittoria domani. Una lezione che la maggioranza del Pci –
solo pochi anni dopo la sua morte – ha totalmente capovolto. Berlinguer, anche
quando ha commesso errori politici, come nel caso del compromesso storico, non
ha perso in alcun modo quella levatura politica e morale che i Renzi e i
Grillo, che hanno provato a strumentalizzarlo durante la campagna elettorale,
non si sognano neanche da lontano. L’impegno politico di Berlinguer – dalle
scelte giuste ai suoi errori – si colloca nella storia centenaria della
lotta delle classi subalterne per ottenere il riscatto sociale, la libertà e la
giustizia. Si colloca nella storia del paese, non nell’attimo effimero di un
successo ottenuto attraverso una performance teatrale. In questo la distanza
con i Renzi e i Grillo non è solo politica: è culturale e morale. Berlinguer
era un compagno non un imbonitore.
Nella
rivalutazione che la figura di Berlinguer sta avendo in occasione del
trentennale della sua morte assistiamo ad una operazione politica e culturale
sottile quanto disgustosa. Ci viene suggerito che prima di Berlinguer il
comunismo era solo stalinismo e che con Berlinguer il comunismo finisce. La
vita di Berlinguer diventa così una parentesi storica in cui ingabbiare il comunismo,
un comodo modo per spiegare, da parte dei voltagabbana di oggi, che era giusto
essere comunisti da giovani, con Berlinguer, ed è giusto essere liberali oggi.
Berlinguer viene quindi usato in funzione anticomunista, mitizzandone la figura
al fine di svuotarne il senso profondo della militanza. Contro questo ennesimo
attacco a Berlinguer da parte di chi ha militato nel suo partito, rispondiamo
con le parole di Berlinguer stesso, che nel corso di una bellissima tribuna
elettorale del 7 luglio 1982, rispondendo alla domanda di un giornalista,
affermava:
“
Affascinante no. Non ha mai pensato di esserlo e mi guardo bene dal
pensarlo. Forse l’hanno detto gli altri, ma qui ci sono delle mode per cui
quando un partito ha dei risultati brillanti, allora i suoi leader vengono
definiti carismatici, affascinanti, belli e così via dicendo. E poi
naturalmente invece quando – come accade nella vita dei partiti – ci sono dei
periodi di stasi o di difficoltà, allora naturalmente poi diventano vecchi,
superati, stanchi.
Io non mi sento stanco,
sento in me, se vuole – non credo di fare della retorica – la stessa passione
che ho avuto quando ho cominciato la mia milizia comunista nel 1943. Da questo
punto di vista non mi è accaduto – e questa la considero la più grande fortuna
della mia vita – di seguire quella famosa legge per cui si è rivoluzionari a 18
anni, a vent’anni, poi si diventa via via liberali, conservatori, reazionari.
Io conservo i miei ideali di allora”.
giovedì 17 aprile 2014
RIFONDAZIONE COMUNISTA VOTA LA LISTA TSIPRAS
Le elezioni europee sembrano una cosa
distante, ma in Europa si decidono il 90% delle schifezze che ci cadono sulla
testa. Le politiche di austerità sono state decise in Europa, sotto dettatura
della Merkel e con il consenso dei nostri governanti. Renzi e Berlusconi, che
in Italia fanno finta di litigare, in Europa governano insieme e hanno votato
il Fiscal Compact e i folli trattati che fanno sì che la Banca Centrale Europea
presti a gratis i soldi alle banche che poi li usano per strozzinare gli stati
con interessi da usurai.
Il frutto di queste politiche di
austerità lo abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: disoccupazione crescente,
stipendi da fame, taglio del welfare e della democrazia. Il concreto
funzionamento dell'Unione Europea è diventato un incubo per i popoli e il paradiso
delle multinazionali, dei banchieri e degli speculatori.
Le elezioni europee sono l'occasione per
cambiare, per rovesciare il funzionamento dell'Unione Europea.
Al posto dell'austerità serve un New
Deal Europeo, come fecero gli Stati Uniti dopo la crisi del '29: un piano per
la piena occupazione, l'allargamento del welfare, la riconversione ambientale
dell'economia.
Per uscire dalle politiche di austerità
non serve a nulla "battere i pugni sul tavolo a Bruxelles" per poi
inchinarsi alla Merkel, come fa Renzi.
Non serve nemmeno appellarsi al nazionalismo, all'autarchia o
all'uscita dall'euro. Per farla finita
con le politiche antipopolari occorre usare fino in fondo i poteri dello stato
italiano dentro un movimento europeo finalizzato al rovesciamento delle
politiche economiche: il governo italiano deve disdire unilateralmente i
trattati capestro come il Fiscal Compact, non applicare i tagli di bilancio,
farsi promotore di una conferenza per dimezzare il debito pubblico europeo e
modificare il ruolo della BCE. Contro un capitalismo globalizzato che scatena
la guerra tra i poveri mettendoci gli uni contro gli altri, non se ne esce
dicendo signor sì ma nemmeno rintanandosi a casa propria.
Per questo abbiamo costruito il Partito
della Sinistra Europea, di cui fanno parte oltre a Rifondazione
Comunista, Syriza in Grecia, il Front de
Gauche in Francia, lzquierda Unida in Spagna, la Linke in
Germania e che è presente in tutti i
paesi europei. Una alleanza tra tutte le forze di sinistra che in Europa si
battono contro le politiche di austerità decise da socialisti, popolari e
liberali. Il partito della Sinistra Europea ha candidato a Presidente
dell'Unione Europea Alexis Tsipras, il leader di Syriza, la forza che in Grecia
si è battuta fino in fondo contro il massacro sociale prodotto dall'Unione
Europea e che ha oltre il 25% dei voti.
In Italia attorno a questa candidatura è
nata la lista "L'altra Europa per Tsipras" che unisce Rifondazione
Comunista, SEL, associazioni, movimenti e intellettuali che in questi anni si
sono battuti contro le politiche di austerità.
Bisogna rafforzare questa sinistra
europea per battere banchieri e speculatori!
www.rifondazione.it -
www.listatsipras.eu
venerdì 28 febbraio 2014
RIFONDAZIONE COMUNISTA PER L'ALTRA EUROPA CON TSIPRAS
Il partito della Sinistra Europea mi ha eletto come candidato per la
presidenza della Commissione dell’Unione Europea nel quarto congresso il 13-15
Dicembre a Madrid.
È un onore e un onere. L’onore non è solo personale. La candidatura del
leader del partito di opposizione in Grecia simboleggia il riconoscimento dei
sacrifici del popolo greco. Simboleggia anche la solidarietà per tutti i popoli
del Sud dell’Europa che hanno subito le catastrofiche conseguenze sociali dei
Memoranda di austerità e recessione.
Ma, più che una candidatura, è un mandato di speranza e cambiamento in
Europa. È un appello per la Democrazia a cui ogni generazione merita di
partecipare, e in cui ogni generazione ha il diritto di vivere. È una lotta per
il potere di cambiare la vita quotidiana della gente ordinaria. Per citare
Aneurin Bevan, un vero social-democratico e il padre del Servizio Sanitario
Nazionale Britannico, il potere per noi significa “l’uso di un’azione
collettiva con lo scopo di trasformare la società e innalzare tutti noi,
insieme”.
Io non sono un candidato del Sud dell’Europa. Sono un candidato di tutti
cittadini, indipendentemente dal loro indirizzo, sia del Nord sia del Sud, che
vogliono un’Europa senza austerità, recessione eRaccomandazioni. La mia
candidatura aspira a raggiungere tutti voi, senza distinzioni di ideologie
politiche e di voti nelle elezioni nazionali. Unisce gli stessi popoli che sono
divisi dalla gestione neolìberista della crisi economica. Integra l’indispensabile
allenza anti- Memoranda del Sud in un ampio movimento Europeo contro
l’austerità – un movimento per la ricostruzione democratica dell’unione
monetaria.
La mia candidatura si rivolge soprattutto ai giovani. Per la prima volta
nell’Europa del dopoguerra una giovane generazione ha aspettative peggiori
rispetto a propri genitori. I giovano vedono le proprie aspirazioni bloccate
dall’elevata disoccupazione e la prospettiva di crescere senza lavoro o
sottopagati. Dobbiamo agire - non per loro ma con loro – e dobbiamo agire ora!
Dobbiamo urgentemente superare la divisione tra Nord e Sud dell’Europa e
demolire il “muro monetario” che separa gli standard e le possibilità di vita
nel continente.
L’Eurozona è sull’orlo di un collasso. Questo non è dovuto all’Euro in se,
ma al neoliberismo – alle politiche di austerità che, anziché supportare la
moneta unica, l’hanno indebolita. Ma, insieme alla moneta unica, hanno
indebolito anche la fiducia dei cittadini nell’Unione Europea e il supporto per
avanzare e approfondire l’integrazione in Europa. È per questa ragione che
crediamo che il neo-liberismo non fa altro che stimolare l’euro-scetticismo. E
che dovremmo abbandonare l’austerità e recuperare la Democrazia.
Quello che è successo negli anni della crisi è che l’estabishment politico
ha colto l’opportunità di riscrivere la politica economica del dopoguerra. La
gestione politica della crisi del debito dell’Eurozona è inserito nel processo
di trasformazione istituzionale dell’Eurozona Sud sul modello del Capitalismo
neo-liberista Anglo-Sassone. La diversità nelle istituzioni nazionali non è
tollerata. L’imposizione delle regole è la pietra fondante delle leggi
recentemente approvate dalla Commissione Europea per incrementare il controllo
economico sull’Eurozona. La Cancelliera Merkel in Germania, insieme all’élite
burocratica neo-liberista in Bruxelles, tratta la solidarietà sociale e la
dignità umana come ostacoli economici e la sovranità nazionale come un
fastidio.
L’Europa è costretta a indossare la camicia di forza dell’austerità, delle
disciplina e della deregolamentazione . Peggio ancora, l’Europa rischia una
“generazione perduta” della sua popolazione più giovane e talentuosa.
Questa non è la nostra Europa. È solo l’Europa che vogliamo cambiare. Al posto
di un’Europa piena di paura della disoccupazione, della disabilità, della
vecchiaia e della povertà; al posto di un’Europa che ridistribuisce i guadagni
ai ricchi e la paura ai poveri; al posto di un’Europa che serve le necessità
dei banchieri, vogliamo un’Europa al servizio dei bisogni umani.
Il cambiamento è possibile e avverrà! Coloro che dicono che l’Europa in cui
viviamo non può cambiare, lo dicono perché non vogliono che l’Europa cambi.
Perché hanno interessi a non voler cambiare l’Europa. Dobbiamo riunire l’Europa
e ricostruirla su basi democratiche e progressive. Dobbiamo riconnettere
l’Europa con le sue origini Illuministiche e dare priorità alla Democrazia.
Perché l’Unione Europea sarà democratica o cesserà di esistere. E per noi, la
Democrazia non è negoziabile.
La sinistra Europea si sta battendo per una Europa democratica, sociale ed
economica. Questo obbiettivi strategici definiscono le nostre tre priorità
politiche:
1.Porre fine all’austerità e alla crisi. Un’Eurozona senza austerità è possibile.
Perché l’Austerità è in sé una crisi – non è una soluzione per la crisi.
Costringe l’Europa ad oscillare tra recessione e un incremento anemico del GDP.
Ha gonfiato la disoccupazione registrata in Europa. È la causa dell’incremento
del debito pubblico dell’Eurozona dal 70,2% nel 2008 al 90,6% nel 2012. A
questo scopo, lavoreremo per una soluzione comprensiva e definita del debito
dell’Eurozona. Apriremo la strada alla reflazione coordinata delle economie
Europee. Perchè la deflazione minaccia la stabilità. Abbiamo riassunto il
nostro piano politico contro la crisi in dieci punti, e la presenteremo nella
prossima sezione.
2. Mettere in moto la trasformazione ecologica della produzione. La crisi
non è solo economica. È anche ecologica, nel senso che riflette un paradigma
economico insostenibile in Europa. Di conseguenza, abbiamo bisogno di una
simultanea trasformazione economica ed ecologica delle società europee per
emergere dalla crisi e creare una solida base per lo sviluppo con giustizia
sociale, impiego stabile e decente e una migliore qualità di vita per tutti.
Abbiamo bisogno di questa trasformazione adesso! La gestione della crisi
nell’Eurozona Sud attraverso le famigerate “Troika” ha aggiunto una crisi
ambientale alla crisi fiscale di quelle nazioni, rinforzando la divisione tra
il Nord e il Sud. Inoltre, col pretesto della crisi e la ricerca di una
soluzione rapida alla situazione economica, l’Unione Europea e gli stati membri
hanno rilassato le proprie politiche ecologiche e limitato la sostenibilità,
nel migliore dei casi, a misure di efficienza energetica e di materie prime. Un
caso tra tutti, anche se l’Europa abbonda di casi simili, e il supporto dato
dal governo greco alla multinazionale mineraria Eldorado Gold, che ha iniziato
operazioni minerarie su larga scala nella foresta primordiale di Skouries in
Halkidiki.
L’Europa ha bisogno di un cambio di paradigma a favore della sostenibilità.
A questo scopo, abbiamo bisogno di una politica pubblica ecologica che sia
priorità alla sostenibilità e qualità, cooperazione e solidarietà. Per esempio,
una politica pubblica ecologica pianificherebbe, incoraggerebbe e finanzierebbe
un’istruzione a favore della sostenibilità e indirizzerebbe verso carriere in
settori sostenibili. La trasformazione ecologica della produzione include
un’ampia gamma di settori politici, quali: Riforma delle tasse, che cambierebbe
la logica della tassazione spostando il suo peso sul consumo di risorse
piuttosto che sull’impiego, l’eliminazione di sovvenzioni a imprese nocive per
l’ambiente, la preservazione della biodiversità, la sostituzione dell’energia
convenzionale con risorse rinnovabili, l’investimento nella ricerca ambientale
e lo sviluppo di coltivazione organica e trasporto sostenibile, insieme al
rifiuto di qualsiasi accordo commerciale trans-atlantico che non garantisca
alti standard sociali ed ambientali.
3. Riformare la struttura dell’immigrazione in Europa. La ricerca umana di
una vita migliore è inarrestabile. I confini bloccano i diritti umani, non le
persone. Finché rimane la differenza tra i guadagni e le prospettive dei pesi
d’origine e quelli dell’Unione Europea rimane enorme o continua ad aumentare
l’immigrazione in Europa continuerà. L’Unione Europea dovrebbe dimostrare
doppia solidarietà: esterna, verso i paesi d’emigrazione, e interna, con un
giusto collocamento geografico degli immigrati. In particolare, l’Unione
Europea dovrebbe prendere l’iniziativa politica per una nuova relazione con
questi paesi, migliorando l’assistenza allo sviluppo e la capacità per lo
sviluppo endogeno con pace, democrazia e giustizia sociale. In parallelo, è
necessario cambiare l’architettura istituzionale per l’asilo e l’immigrazione.
Dobbiamo assicurare la protezione dei diritti umani nel territorio europeo e
pianificare misure per salvare i migranti in mare aperto, per organizzare
centri di accoglienza e adottare nuove leggi che regolino l’accesso dei
migranti ai Paesi europei in modo giusto e proporzionato, prendendo in
considerazione, per quanto possibile, i desideri individuali. I fondi
dell’Unione dovrebbero essere distribuiti in modo più sensato; le recenti
tragedie di Lampedusa e Farmakonisi dimostrano che sia il Patto Europeo per
l’Immigrazione e l’Asilo e la Regolazione Dublino II [Regulation (EC) 343/2003
and Regulation (EU) 604/2013] devono essere corretti immediatamente. Soggetti a
semplici e trasparenti criteri, i migranti dovrebbero avere la possibilità di
chiedere asilo direttamente allo stato membro a loro scelta e non al Paese
attraverso cui entrano nell’Unione Europea. Il paese d’ingresso dovrebbe
fornirgli documenti di viaggio che permettano di raggiungere la loro
destinazione. Rifiutiamo la “Fortezza Europa” che non fa altro che promuovere
xenofobia, razzismo e fascismo. Lavroiamo per un’europa che sia inattaccabile
dall’estrema destra e dal neo-nazismo.
Ma l’Europa non sarà ne sociale ne ecologica se non è democratica. E so non
è democratica, alienerà i suoi cittadini proprio come succede oggi. Perché, in
questo momento cruciale, l’Unione Europea è decaduta in un’oligarchica e
anti-democratica industria al servizio delle banche, delle multinazionali e dei
ricchi. La Democrazia, in Europa, è in ritirata. E non c’è dubbio che dobbiamo
prre fine all’austerità per recuperare la Democrazia. Questo perché l’austerity
neo-liberista è stata imposta ai Paesi del Memorandum per mezzo di misure
legislative che indeboliscono i parlamenti nazionali; ha rimosso diritti
sociali ed economici dei cittadini mediante misure proprie degli stati di
polizia. Allo stesso tempo, la struttura e le operazioni delle istituzioni
europee, alle quali sono state trasferite le competenze e i diritti nazionali
sono prive di legittimità democratica e trasparenza. Burocrati anonimi al di
sopra della legge non possono sostituire i politici eletti.
Ma, perché la discussione della democrazia in Europa sia significativa,
l’unione Europea necessita di un budget significativo e di un Parlamento
Europeo che ne decida l’allocazione e che insieme ai Parlamenti nazionali
decida l’esecuzione e controlli la sua efficienza. La riorganizzazione
democratica dell’Unione Europea è l’obbiettivo politico per eccellenza. A
questo scopo, dovremmo estendere la partecipazione del pubblico e l’interesse
dei cittadini nello sviluppo delle politiche e dei servizi europei. In
parallelo, dovremmo potenziare la istituzioni che hanno una legittima base
democratica, come il parlamento europeo e i parlamenti nazionali. Questo
implica iniziative politiche concrete, come primo passo nel restituire ai
parlamenti nazionali il ruolo centrale nella legislazione e nelle decisioni sul
budget nazionale. Questo significa la sospensione degli articoli 6 e 7 della
Regolazione (EU) 473/2013 (il secondo dei due pacchetti di atti legislativi
nell’Eurozona) riguardo al monitoraggio e la valutazione dei piani economici
nazionali, che danno alla Commissione Europea il diritto di controllare e
modificare i budget nazionali prima dei rispettivi parlamenti. Secondariamente,
come è stato già detto, implica che sia il Parlamento Europeo che i Parlamenti
nazionali abbiano maggior controllo sul budget europeo. Implica anche che il
parlamento europeo sia un meccanismo democratico di controllo sul Consiglio
Europeo e la Commissione Europea. Ma un’Europa democratica non può essere
democratica e consensuale entro i propri confini e arrogante, militaristica e
guerrafondaia all’estero. Per questa ragione, abbiamo bisogno di un sistema di
sicurezza europeo fondato sul negoziato e sul disarmo. Nessun soldato europeo
dovrebbe operare al di fuori dell’Europa.
I. UN PIANO IN 10 PUNTI CONTRO LA CRISI, PER LA CRESCITA CON GIUSTIZIA
SOCIALE E IMPIEGO PER TUTTI.
L’Eurozona è il livello ideale per implementare politiche progressiste
finalizzate alla crescita, alla redistribuzione delle ricchezze e alla
creazione di posti di lavoro. Questo è perchè l’unione monetaria ha maggiore
libertà di ciascuno dei suoi costituenti presi separatamente ed è meno esposta
alla volatilità e instabilità dell’ambiente esterno. Ma il cambiamento richiede
sia un piano politico fattibile che un’azione collettiva.
Per concludere la crisi Europea, è necessario un cambi dratico di regime.
Questa priorità serve il nostro piano politico di dieci punti:
1.Immediata fine dell’austerità. L’Austerità è una medicina nociva
somministrata al momento sbagliato con devastanti conseguenze per la coesione
della società, per la democrazia e per il futuro dell’Europa. Una delle
cicatrici lasciate dall’austerità che non mostra segni di guarigione è la
disoccupazione – in particolare tra i giovani. Oggi, quasi 27 milioni di
persone sono disoccupati nell’Unione Europea, di cui più di 19 milioni
nell’Eurozona. La disoccupazione ufficiale nell’Eurozona è salita dal 7,8% nel
2008 al 12,1% nel Novembre 2013. In Grecia, dal 7,7% al 24,4% e in Spagna dal
11,3% al 26,7% nello stesso periodo. La disoccupazione giovanile in Grecia e
Spagna si aggira intorno al 60%. con 4,5 milioni di under-25 disoccupati,
l’Europa firma la sua condanna a morte.
2. Un New Deal europeo. L’economia europea ha sofferto 6 anni di crisi, con
disoccupazione media sopra il 12% e il rischio di una depressione pari a quella
degli anni 30. l’Europa potrebbe e dovrebbe prendere in prestito denaro a basso
interesse per finanziare un programma di ricostruzione economica focalizzato
sull’impiego, sulla tecnologia e sull’infrastruttura. Il programma aiuterebbe
le economie colpite dalla crisi ad emergere dal circolo vizioso di recessione e
incremento del debito, creare posti di lavoro e sostenere il recupero
economico. Gli Stati Uniti ce l’hanno fatta. Perché non noi?
3. L’espansione dei prestiti alla piccola e media impresa. Le condizioni
dei prestiti in Europa è nettamente deteriorata. Le piccole e medie imprese
sono state colpite ancora più duramente. Migliaia di queste, soprattutto nelle
economie in crisi del Sud dell’Europa sono state costrette a chiudere, non
perché non erano sostenibili, ma perché il credito era esaurito. Le conseguenze
per i posti di lavoro sono state terribili. I tempi straordinari richiedono
misure straordinarie: la banca centrale europea dovrebbe seguire l’esempio
delle Banche Centrali degli altri paesi e fornire prestiti a basso interesse
alle banche se queste accettano di di fare credito a piccole e medie imprese.
4. Sconfiggere la disoccupazione. La disoccupazione media europea è la più
alta mai registrata. Molti dei disoccupati rimangono senza lavoro per più di un
anno e molti giovano non hanno mai avuto l’opportunità di ricevere un salario
per un impiego decente. La maggior parte della disoccupazione è il risalutato
dello scarso o nullo sviluppo economico, ma anche se la crescita riprende,
l’esperienza ci insegna che sarà necessario molto tempo perché la
disoccupazione torni al livello di prima della crisi. L’Europa non può
permettersi aspettare così a lungo. Lunghi periodi di disoccupazione sono
devastanti per le abilità dei lavoratori, specialmente i giovani. Questo nutre
l’estremismo di destra, indebolisce la democrazia e distrugge l’ideale europeo.
L’Europa non dovrebbe perdere tempo, dovrebbe mobilitarsi e ridirigere i Fondi
Strutturali per creare significative possibilità d’impiego per i cittadini.
Laddove i limiti fiscali degli stati membri sono stretti, i contributi
nazionali dovrebbero essere azzerati.
5. Sospensione del nuovo sistema fiscale europeo: richiede pareggio di bilancio
anno per anno, indipendentemente dalle condizioni economiche dello stato
membro. Di conseguenza rimuove la possibilità di usare le politiche fiscali
come uno strumento di stabilità nei momenti di crisi, quando è più necessario,
mettendo in pericolo la stabilità economica. In breve, è un’idea pericolosa.
L’Europa necessita di un sistema fiscale che assicuri la responsabilità fiscale
sul medio termine e allo stesso tempo permetta agli stati membri di usare lo
stimolo fiscale durante una recessione. Una politica modificata ciclicamente
che esenti gli investimenti pubblici è necessaria.
6. Una vera e propria banca europea che possa prestare denaro come ultima
risorsa per gli stati-membri e non solo per le banche. L’esperienza storica
suggerisce che le unioni monetarie di successo necessitano di una banca
centrale che adempia a tutte le funzioni di una banca e non serva solo a
mantenere la stabilità dei prezzi. Il prestito a uno stato bisognoso dovrebbe
essere incondizionato e non dipendente dall’accettazione di un programma di
riforme con il Meccanismo di Stabilità Europea. Il fato dell’Euro e la
prosperità dell’Europa dipende da questo.
7. Aggiustamento macroeconomico: i paesi in surplus dovrebbero lavorare
quanto i paesi in deficit per correggere il bilanciamento macroeconomico
all’interno dell’Europa. L’Europa dovrebbe monitorare valutare e richiedere
azione dai Paesi in surplus sotto forma di stimolo, per alleviare la pressione
unilaterale sui Paesi in deficit. L’attuale asimmetria non danngiia solo i paesi
in deficit. Danneggia l’intera Europa.
8. Una Conferenza del Debito Europeo. La nostra proposta è ispirata ad uno
dei più lungimiranti momenti nella storia politica Europea. Questo è l’Accordo
di Londra sul Debito del 1953, che alleviò il peso economico della Germania,
aiutando a ricostruire la nazione dopo la guerra aprendo la strada per il suo
successo economico. L’Accordo richiedeva il pagamento di, al massimo, la metà
dei debiti, sia privati che intergovernativi. Legava i tempi del pagamento all’abilità
del Paese di ripagare, diluendoli su un periodo di 30 anni. Collegava il debito
allo sviluppo economico, seguendo una implicita clausola di crescita: nel
periodo tra il 1953 e 1959 gli unici pagamenti dovuti erano gli interessi del
debito. Questo ritardo nei pagamenti aveva lo scopo di concedere alla Germania
il tempo di recuperare. A partire dal 1958, l’Accordo prevedeva pagamenti
annuali che diventarono sempre meno significativi con la crescita
dell’economia. L’accordo prevedeva che la riduzione dei consumi della Germania,
quello che oggi chiamiamo “devalutazione interna”, non era un metodo
accettabile di assicurare il pagamento dei debiti. I pagamenti erano
condizuionati dalla possibilità di pagare. L’Accordo di Londra è in diretto
contrasto con l’erronea logica dei pagamenti richiesti dal trattato di
Versailles, che ostacolava la ricostruzione dell’economia tedesca e creava
dubbi sulle intenzioni degli Alleati. L’Accordo di Londra rimane un piano
d’azione utilizzabile anche oggi. Non vogliamo una Conferenza del Debito
Europeo per il Sud dell’Europa. Vogliamo una Conferenza del Debito Europeo per
l’Europa. In questo contesto, si dovrebbero usare tutti gli strumenti politici
disponibili, inclusi i prestiti dalla Banca Europea come ultima risorsa oltre alla
istituzione di un debito sociale europeo, come gli Eurobond, per sostituire i
debiti nazionali.
9. Un Atto Glass-Steagall Europeo. L’obbiettivo è separare le attività
commerciali e gli investimenti bancari per prevenire la loro unificazione in
un’entità incontrollabile.
10. Una legislazione Europea effettiva per tassare l’economia e le attività
imprenditoriali offshore .
II. Questo è il momento di cambiare!
Per rendere possibile questo cambiamento, dobbiamo influenzare in modo
decisivo la vita dei cittadini europei. Non vogliamo semplicemente cambiare la
attuali politiche ma anche estendere l’interesse e la partecipazione del
pubblico nella politica e nella scrittura delle leggi europee. Di conseguenza,
dobbiamo creare la più ampia possibile alleanza politica e sociale.
Dobbiamo alterare l’equilibrio del potere politico per poter cambiare
l’Europa. Il neo-liberismo non è un fenomeno naturale ne qualcosa di
invincibile. È solo il prodotto di scelte politiche in un particolare
equilibrio storico di forze. Deve la sua longevità come paradigma economico a
politiche socio-democratiche risalenti agli anni ’90. Queste hanno favorito i
principi neo-liberisti in corrispondenza a una progressiva deriva verso destra.
Per molti Europei, i socio-democratici sembrano l’eco di un’era passata.
Non per noi! Ma il disagio sociale dell’attuale crisi e lo scetticismo
dell’elettorato verso lo status quo politico hanno condotto le loro strategia
ad uno stallo. I socio-democratici non possono permettersi di perdere tempo.
Qui ed ora, devono fare uno storico passo in avanti per ridefinirsi nella
percezione e nella coscienza pubblica come una forza della sinistra
democratica. Ridefinendosi in opposizione al neo-liberismo e alle fallimentari
politiche del Partito Popolare Europeo e dell’Alleanza Liberale. O, come è
stato accuratamente detto, diventando una forza politica “disposta ad essere
tanto radicale quanto la stessa realtà”.
L’Europa è arrivata ad un bivio critico. Nelle elezioni europee del 25
Maggio, due chiare alternative per il presente ed il futuro sono sul tavolo: o
rimaniamo immobili con i conservatori e i liberisti, o ci muoviamo avanti con
la Sinistra Europea. O acconsentiamo allo status quo neo-liberista – fingendo
che la crisi si possa risolvere con le stesse politiche che l’hanno causata- o
guardiamo al futuro rappresentato dalla Sinistra Europea.
Ci rivolgiamo soprattutto all’ordinario cittadino europeo che
tradizionalmente ha votato per i socio-democratici: per prima cosa, perché
eserciti il suo diritto di voto il 25 Maggio, anziché astenersi e lasciare che
gli altri votino al suo posto, e che voti per la speranza ed il cambiamento –
votando la Sinistra Europea. Possiamo ricostruire la nostra Europa di lavoro,
cultura ed ecologia. Ancora una volta nella storia della nostra casa comune-
che è l’Europa – dobbiamo ricostrirla come un insieme di società democratiche e
giuste. Per ricostruire l’Europa è necessario cambiarla. E dobbiamo cambiarla
adesso, perché sopravviva.
mercoledì 11 dicembre 2013
martedì 19 novembre 2013
lunedì 14 ottobre 2013
RIPARTIAMO DAL LAVORO E DALLA DEMOCRAZIA
Anche a
Saronno Rifondazione comunista è scesa in piazza sabato 12 ottobre assieme ad
associazioni locali per manifestare in difesa della nostra carta costituzionale
e del lavoro, per ritrovare la via maestra che è stata abbandonata in Italia ed
in Europa.
E’ stata
l’occasione per contrastare l’iniziativa concomitante a sfondo razzista di un
gruppo di estrema destra che protestava contro il cosiddetto jus soli, la
concessione della cittadinanza ai figli degli stranieri nati in Italia; una
concessione che rappresenta invece un atto di civiltà e costituisce una svolta
nella diffusione della cultura dell’integrazione volta ad che vuole assegnare a
tutti i minori che crescono nel nostro paese gli stessi diritti e gli stessi
doveri.
Così come
avevamo sottoscritto con convinzione l’appello di sostegno al Sindaco pochi
giorni fa quando negò il presidio, oggi protestiamo e denunciamo stupiti la
scelta dell’amministrazione comunale di autorizzare una simile iniziativa,
organizzata da una formazione manifestamente fascista e razzista, ancora più
assurda oggi mentre è ancora in corso la conta dei morti provocata
dall’ennesima tragedia avvenuta sulle coste italiane. Quello di Lampedusa è
solo l’ultimo capitolo di una strage che ha per protagonisti bambini, donne e uomini
che hanno trovato la morte cercando di fuggire da dittature e guerre.
Rimettiamo
al centro della politica il lavoro e la democrazia, nessuna cittadinanza a
fascismo e razzismo.
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