domenica 7 maggio 2023

Lettera aperta al Sindaco del Comitato Il Saronnese per l’ospedale e la sanità pubblica

Abbiamo appreso della convocazione della riunione dei capigruppo consiliari che stabilirà data e modalità di svolgimento del consiglio comunale aperto avente a tema la situazione di emergenza dell’ospedale di Saronno e della sanità pubblica del Saronnese, dove chiediamo di votare nella stessa serata la mozione presentata da alcuni consiglieri e consigliere comunali su questo tema. 

La riunione si terrà lunedì 8 maggio e quindi il consiglio comunale si terrà dopo quel 9 maggio in cui l’assessore regionale Guido Bertolaso ha promesso di presentare il suo piano di rilancio dell’ospedale di Saronno ai sindaci del comprensorio saronnese.

Il consiglio comunale aperto diventa perciò l’occasione per fare conoscere le osservazioni dei cittadini sia al “piano Bertolaso” sia sui temi come la Casa di comunità e i medici di medicina generale che devono far parte del rilancio della sanità pubblica sul nostro territorio.

Per questo motivo:

– le chiediamo di rendere immediatamente pubblico, non appena ricevuto dall’assessore Bertolaso, il Piano di rilancio per l’ospedale di Saronno, utilizzando tutti gli strumenti di comunicazione pubblica idonei; la invitiamo inoltre a chiedere ai sindaci del comprensorio di fare la stessa cosa;

– la invitiamo inoltre a partecipare, insieme alle cittadine e ai cittadini del Saronnese, che stiamo invitando a mezzo comunicato stampa, all’assemblea pubblica che si terrà in piazza Libertà dalle  10 di sabato 13 maggio per costruire in modo partecipato il contenuto del piano di rilancio dell’ospedale e, più in generale, i punti da portare all’attenzione dei rappresentanti cittadini in occasione del consiglio comunale aperto.

Siamo consapevoli che il contributo dei cittadini sarà fondamentale, oltre alla numerosa protesta del 15 aprile, anche nella fase di proposta e confronto con la Regione Lombardia per risolvere l’emergenza della sanità pubblica territoriale.

Auspicando che Lei accolga favorevolmente le nostre proposte, porgiamo cordiali saluti. 

Il Saronnese per l’ospedale e la sanità pubblica

giovedì 23 febbraio 2023

CONVOCAZIONE CPF Lunedì 6 marzo ore 20.30 c/o Cuac via Torino, 64 Gallarate

 Ordine del giorno del Comitato Politico Federale:

▪︎riflessione politica sui risultati elettorali

▪︎continua la costruzione di Unione Popolare.

    -Come? 

    -Quale ruolo deve avere Rifondazione Comunista?

▪︎Valutazione del processo di aggregazione di simpatizzanti di UP e  associazioni del nostro territorio per la costruzione e l'ampliamento di un Coordinamento Provinciale di UP

▪︎Proposte per la nomina del/la segretario/a della Fed.di Varese.

▪︎varie ed eventuali


Invitiamoci, reciprocamente, alla  partecipazione !

Ucraina, il conflitto è a un bivio: o la trattativa o la terza guerra mondiale

di Paolo Ferrero 

Ad un anno dal suo inizio, la guerra in Ucraina è arrivata ad un punto di svolta. La guerra in corso, in cui le superpotenze si fronteggiano, ha mantenuto sin qui le caratteristiche militari di una guerra regionale, che si combatte lungo una sola linea del fronte, in Ucraina. Nonostante le evidentissime implicazioni internazionali e il fatto che le origini della guerra siano completamente determinate dallo scontro tra le superpotenze, fino ad oggi, questo conflitto è rimasto un conflitto militarmente delimitato: un assurdo massacro che avviene su una specie di palcoscenico e di cui – quotidianamente – siamo informati e disinformati con la circolazione di foto, cartine, video e così via. Una specie di sanguinosissimo braccio di ferro che ha assunto le caratteristiche della guerra di posizione.

Dalla parte occidentale, fino ad ora, il governo ucraino fornisce le truppe e la Nato, a partire dagli Usa, le armi. Il personale per governare i sistemi d’arma sofisticati e i dirigenti dell’esercito ucraino. Si tratta quindi a tutti gli effetti di un conflitto per procura in cui però, fino ad ora, la Nato nel fornire le armi ha fatto attenzione a evitare che l’Ucraina potesse attaccare direttamente il suolo russo storicamente definito.

Questo conflitto, delimitato sul piano militare, che non dà luogo ad altre linee di fronte era esattamente nei desiderata della dirigenza degli Usa quando la guerra è cominciata: come affermato da Hillary Clinton, si trattava di incastrare la Russia in un “Afghanistan europeo” al fine di dissanguarla economicamente e di far precipitare il consenso di Putin in patria arrivando ad un cambio di regime in Russia e – nelle posizioni più esplicite – alla sua dissoluzione.

A distanza di un anno non solo gli obiettivi politici dell’Occidente sono falliti, visto che l’economia Russa non è collassata e il consenso di Putin non è crollato, ma sono falliti gli obiettivi militari: la guerra di posizione, regionale, sul terreno, la stanno vincendo i russi. Questa guerra, fondata in particolare sull’uso dell’artiglieria, vede una superiorità dell’esercito russo che – dopo un anno – si traduce in una drammatica carneficina che subisce l’esercito ucraino e anche in una maggiore difficoltà occidentale a garantire l’approvvigionamento di munizioni e sistemi d’arma. Una cifra sola per dare conto di quanto sta succedendo: l’esercito Ucraino spara ogni giorno una media di 6000 proiettili di cannone e pare difficile che nei prossimi mesi la Nato sia in grado di fornirgli una quantità maggiore di proiettili giornalieri. L’esercito russo spara ogni giorno più di 20.000 proiettili di artiglieria. E’ arrivato a punte di 60.000 proiettili al giorno e ha alle spalle un appartato industriale in grado di garantire la media.

Andando avanti così è del tutto evidente chi è nelle condizioni di vincere questa guerra “regionale”. I governanti occidentali, al di là della propaganda, hanno ben chiaro questa situazione e sono posti oggettivamente dinnanzi a un bivio: o aprire una fase di trattativa per risolvere diplomaticamente il conflitto in tempi rapidi o attuare una escalation militare che coinvolga direttamente le truppe di alcuni paesi Nato, che scelga di impegnare sistemi d’arma in grado di aggredire sistematicamente il suolo russo, che dia vita ad altri fronti (ad esempio trasformando anche la Moldavia in un nuovo campo di battaglia).

O la trattativa o la terza guerra mondiale, questo è il bivio! Com’è del tutto evidente il gruppo dirigente della Nato, con i suoi proclami altisonanti, ha scelto la strada dell’escalation del conflitto. Ha inoltre trovato nei governi polacchi e rumeni la disponibilità a unirsi a Zelensky nel fornire carne da cannone per proseguire il massacro.

Qui entriamo in gioco noi: la maggioranza dei popoli occidentali – a partire da quello italiano – non è disponibile a entrare in guerra e ritiene necessario aprire la trattativa. I governanti europei lo sanno e mentono spudoratamente sull’andamento della guerra e sui rischi che ci troviamo dinnanzi. E’ il momento che questa maggioranza delle popolazioni si faccia sentire per imporre la cessazione delle forniture militari e proporre il cessate il fuoco. Non esiste altre strada per evitare la catastrofe!

I governanti sanno che non possono andare in guerra contro la volontà popolare, per questo mentono e nascondono. Per questo le manifestazioni per la pace sono decisive per porre fine al conflitto. Facciamo sentire la nostra voce e incontriamoci sabato 25 marzo a Genova rispondendo all’appello dei lavoratori portuali per una grande manifestazione pacifista che fermi la follia dell’escalation, faccia tacere le armi e imponga la trattativa. Sabato a Genova e Berlino manifesteremo per la pace: costruiamo in ogni città una mobilitazione per impedire l’escalation militare!

lunedì 27 settembre 2021

CONFINDUSTRIA APPLAUDE DRAGHI, IL PRESIDENTE DEI RICCHI

Non ci stupisce l’ovazione della platea di Confindustria per Mario Draghi. È il presidente dei ricchi e giustamente i ricchi applaudono.

Draghi ha rassicurato l’1% più ricco del paese che non pagherà più tasse e non corre rischi di patrimoniali.
Ha attaccato le rendite ma non parlava del capitale finanziario, degli immobiliaristi, dei grandi patrimoni.
A Confindustria Draghi ha garantito che li innaffiera’ di soldi senza chiedere contropartite sociali né vincoli occupazionali.
Non ha parlato di delocalizzazioni né di rilancio dell’intervento pubblico.

Anche per frenare gli aumenti delle bollette si useranno i soldi della fiscalità generale, cioè dei cittadini, e non leggi come in Spagna che impongano di ridurre profitti delle grandi società.

Nelle riforme annunciate da Draghi non c’è spazio per i diritti di chi lavora, per l’introduzione di un salario minimo legale dignitoso, per la modifica delle leggi che hanno precarizzato, nè per il rilancio della sanità pubblica e la reinternalizzazione dei servizi dove prolifera lo sfruttamento, per la fine dei subappalti. Non lo turba che i nuovi assunti siano precarissimi: per il 73% a tempo determinato, di cui il 19,8% durano meno di una settimana e solo il 37% superano i due mesi, i somministrati sono aumentati del 39% e sono ormai 435.000.
La ripresa di Draghi è in realtà il ritorno al business as usual, alla normalità della precarietà, dello sfruttamento e dei bassi salari, il cui monte complessivo ha subito le perdite più pesanti (-39 miliardi, flessione del 7,5%) tra i grandi paesi europei essendo già il più basso.

Draghi invoca la pace sociale, cioè che la ripresa sia a carico dei lavoratori. Non a caso Mario Draghi ha proposto il solito Patto per il lavoro e la crescita ai sindacati. Il commento di Enrico Letta indica che il PD continua a reiterare la nefasta impostazione programmatica che tanti danni ha prodotto. Infatti Letta ha di nuovo riproposto la riedizione del Patto che negli anni ’90 segnò la perdita per i lavoratori della scala mobile e l’inizio di uno stillicidio di privatizzazioni e di riforme neoliberiste.
Come hanno capito gli operai della Gkn c’è bisogno invece di conflitto e lotte per dare voce al 99% e alla classe lavoratrice.
Chi sta in basso non ha motivi per applaudire questo governo e il banchiere.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea